Riflessione in solidarietà alle mediche e i medici indagati
A febbraio di quest’anno viene perquisito il reparto di malattie infettive dell’ospedale di Ravenna e vengono indagati 8 medici per falso ideologico, accusati di aver rilasciato certificati falsi atti a impedire la detenzione amministrativa di persone migranti nei “centri di permanenza per il rimpatrio” (CPR), configurando una interruzione di pubblico servizio, accusa che costa a tre di questi professionisti l’interdizione dalla professione. Il capitolo successivo di questa storia si svolge lo scorso 16 settembre: nuove perquisizioni per 23 medici in tutta Italia e un nuovo indagato, l’infettivologo e specialista in medicina della migrazione dr. Nicola Cocco, esponente della rete “Mai più Lager – NO CPR”. Le accuse, in questo caso, sono decisamente più pesanti: associazione a delinquere (la rete, appunto) “finalizzata al blocco dell’ingresso dei migranti nei CPR”. Tutta Science For The People – Italia, si unisce alle voci di solidarietà che si sono alzate in questi giorni per la rete e per tutte le mediche e i medici indagati. È possibile discutere tecnicamente se si possa parlare di “falsità” dell’atto quando questo rifletta il giudizio clinico formulato “in scienza e coscienza” da un professionista qualificato, ma chi scrive ritiene più urgente strutturare un’analisi politica sulla natura delle altre accuse emerse da questo caso, quella di associazione a delinquere e quella di interruzione di pubblico servizio.
Ciò che infatti appare come la semplice applicazione di una norma da parte di un funzionario di Stato, si rivela come il tassello di un’agenda repressiva che interessa l’Italia e l’Europa ormai da anni e si pone a corollario di iniziative legislative più appariscenti, come i decreti sicurezza e, sul versante UE, il patto migrazione e asilo.
Le prime vittime di questa agenda sono le persone migranti, non soltanto respinte alla frontiera, adescate da trafficanti di esseri umani e torturate nei Paesi di passaggio, ma colpite direttamente nei luoghi di arrivo attraverso il meccanismo, esemplificato dai CPR, della detenzione amministrativa: il mancato possesso di un permesso di soggiorno (non un reato, bensì un semplice illecito amministrativo come può essere un parcheggio in divieto di sosta) può determinare una reclusione fino a 18 mesi in un CPR in attesa del rimpatrio.
È importante ricordare come questa misura non colpisca soltanto i migranti, bensì, in potenza, tutte le persone sprovviste di cittadinanza, anche se nate e sempre vissute in Italia. Si potrebbe lungamente parlare della natura concentrazionaria dei CPR e, a tal proposito, si consiglia la lettura degli atti di un convegno della rete NO CPR svoltosi a Torino nell’ottobre 2024 e pubblicati nel numero 266-268 della rivista Medicina Democratica, che sono stati un’importante fonte di ispirazione per questa riflessione; ci limitiamo, in questo contesto, a ricordare alcuni aspetti fondamentali.
I CPR si configurano come vere e proprie “istituzioni totali”, analoghe al manicomio, in cui la dimensione di cura è sovvertita e la violenza viene esercitata sistematicamente dall’autorità (poliziesca o medica che sia) su persone poste in situazione di svantaggio dall’architettura del sistema stesso; riprendendo Basaglia, “violenza esercitata da chi ha il coltello dalla parte del manico, nei confronti di chi è irrimediabilmente succube”. Le testimonianze raccolte sono concordi nel definire la durata e le modalità di detenzione come arbitrarie, senza possibilità appello o consulenza legale; il rimpatrio poi, (nei rari casi in cui avviene) è eseguito senza preavviso, in modo unilaterale e traumatico.
Questi luoghi consegnano persone in partenza fragili (tanto dal punto di vista socioeconomico quanto da quello psicologico e medico) a un ulteriore deterioramento delle proprie condizioni di vita e di salute.
Questo aspetto diventa fondamentale nel momento in cui si consegna a un medico, che ha sottoscritto il giuramento di Ippocrate e che deve rispettare un codice deontologico, la responsabilità del funzionamento di tutto il processo e, di conseguenza, della sua interruzione.
Si contesta a dei medici l’interruzione di pubblico servizio quando ad essere minato è un processo che, con la scusa della sicurezza e del controllo dell’immigrazione, produce abusi, violenza e malattia su base razziale e classista, l’opposto di quanto un medico è chiamato a produrre sulla base dei principi che regolano la sua attività professionale: la salute.
Al contempo, dopo oltre 50 anni dall’entrata in vigore dell’attuale legislazione sull’aborto, non viene contestata ai medici obiettori una tale fattispecie di reato, così come non si imputa alla Chiesa Cattolica e alle associazioni “pro-life” sue propaggini quello di “associazione a delinquere”, anche quando in intere regioni vengono impediti alle donne i propri diritti riproduttivi, il proprio diritto di scelta e l’accesso alle cure. Lo stesso si può dire rispetto al ruolo della sanità privata, che non si limita, come vorrebbe far credere l’apologetica liberale, a sopperire alle mancanze del pubblico ma, attraverso una concorrenza impari e un’attività di lobbismo quand’anche di vera e propria sovrapposizione alla politica, funziona come motore della balcanizzazione e dello smantellamento del sistema sanitario nazionale, determinando una limitazione all’accesso alle cure per i più poveri e una riduzione dell’offerta sanitaria per le prestazioni meno redditizie.
Solo qualche mese fa, i partiti di governo argomentavano, a favore di massiccia riforma costituzionale, l’esistenza di una magistratura bolscevica fuori controllo, ma a giudicare da quanto esposto, ancora non si scorgono all’orizzonte pubblici ministeri che si dedicano alle barbare discipline della fucilazione dei chierici e degli espropri proletari. Il potere giudiziario, al contrario, gioca il proprio ruolo all’interno dell’agenda già citata, che si estende oltre i migranti colpendo, tra chi è in possesso di cittadinanza, proprio coloro i quali si impegnano nella lotta politica, il “nemico interno” perfetto da domare e reprimere, doppio speculare del corpo estraneo rappresentato da persone migranti e razzializzate, che invece va espulso e annientato.
Come spiegare il quadro apparentemente surreale di uno Stato che criminalizza e punisce medici che rispettano la propria vocazione professionale, pretendendo invece il tradimento della stessa? La risposta può essere ricercata considerando il professionista sanitario come particolare declinazione della figura del tecnico. Più precisamente, il medico va considerato nella forma specifica che assume il tecnico nelle istituzioni totali, cioè quello, per riprendere la formula adottata dai coniugi Franca Ongaro Basaglia e Franco Basaglia, di addetto all’oppressione (comparsa nel titolo della raccolta “Ricerche sugli intellettuali e sui tecnici come addetti all’oppressione” curata da entrambi). Dal punto di vista sociologico non sarebbe corretto sovrapporre del tutto lo scienziato, che formula ipotesi e elabora teorie, al tecnico, che generalmente si limita ad applicare le conoscenze prodotte; le due figure, però, non sono mai così distinte, a maggior ragione se consideriamo le scienze applicate, tra le quali figura la medicina. Non solo, infatti, è molto comune che il medico ricercatore ricopra simultaneamente il ruolo di clinico, ma il progresso stesso della medicina nasce da esigenze cliniche e si misura sulle ricadute pratiche delle scoperte realizzate. Per questo motivo, è utile allargare il campo, inscrivendo il ruolo del tecnico all’interno di una riflessione più ampia sulla scienza. Più precisamente si intende recuperare, attraverso il lavoro di sistematizzazione realizzato da Jean Fallot in “Marx e la Questione delle Macchine”, la concezione marxiana della scienza. Senza dilungarci su aspetti strettamente filosofici, è sufficiente ricordare come la scienza non venga considerata come un fenomeno autonomo, bensì totalmente interno alla sfera produttiva (con la realizzazione di macchine e con strategie per rendere più efficiente il processo lavorativo, per esempio). Questa produzione, allo stesso tempo, non è neutra per Marx, ma viene sottoposta alle logiche del capitale e, pertanto, al comando e ai fini del capitalista; con queste specifiche, la produzione va intesa come un processo che Marx definisce “valorizzazione” e che consiste nella possibilità di realizzare un ritorno sul capitale investito in partenza. Alla falsa coscienza liberale sancita nei giuramenti e negli statuti professionali, che pone come fine della scienza un generico bene dell’umanità e, di riflesso, il progresso scientifico stesso, è da contrapporre un’analisi di classe che mostri come questo “progresso” nelle mani dei capitalisti non sia altro che uno strumento per realizzare la loro necessità di valorizzazione. Nel tentativo di realizzare questo fine, però, si producono degli effetti, i quali spesso sfuggono alle intenzioni di chi sovrintende e decide il processo ma che, del processo stesso, rappresentano l’elemento decisivo: per Fallot, gli effetti della scienza capitalista risultano essere materialmente lo sfruttamento, l’inquinamento e la guerra, tre modalità con cui si configura la “distruzione delle forze produttive” che Marx considera una conseguenza necessaria, seppur non sempre desiderata o prevista, del processo di valorizzazione nei suoi momenti di crisi.
Ecco, quindi, che il ginecologo antiabortista, l’imprenditore della sanità e il medico complice del sistema concentrazionario dei CPR non si configurano come un’anomalia; la mancanza di salute che producono è l’effetto distruttivo sull’umanità di un sistema che utilizza i saperi scientifici e tecnici con il fine di riprodursi attraverso la valorizzazione; “addetto all’oppressione” è il tecnico definito non sulla base del proprio expertise né dei propri più o meno nobili fini, bensì sulla base degli effetti che, volente o nolente, produce sulla società, sulla natura, sui corpi umani e che costituiscono il “pubblico servizio” di cui si accusa l’interruzione. Per comprendere al meglio questi effetti, vale la pena dare uno sguardo al lavoro del prof. Volker Roelcke, professore di storia della medicina all’Università di Gießen e co-chair della “commissione su medicina e Olocausto” per la rivista Lancet. Una delle tesi centrali del professore, espressa in un convegno tenuto all’università del Colorado nel maggio 2025 liberamente visionabile su YouTube, è che quanto accadde in ambito medico nel periodo nazista non fu altro che “una manifestazione particolare di problematiche inerenti alla medicina moderna in generale”. A sostegno di questa tesi, vale la pena ricordare alcuni fatti storici che concernono il progetto nazista dell’Ausmerzen, cioè l’estirpazione dei “deboli” dalla società tedesca, che si concretizza dapprima con una legge del luglio 1933 volta alla “prevenzione della progenie affetta da malattie ereditarie” e che consisteva in un programma di sterilizzazioni forzate che coinvolsero dalle 350.000 alle 400.000 persone. Non solo i soggetti da sterilizzare erano scelti da personale medico, così come la stessa procedura di sterilizzazione veniva portata avanti da personale sanitario, ma la legge stessa venne promulgata su iniziativa dei medici tedeschi. Tale legge, inoltre, non fu una “invenzione” nazista, bensì era basata su leggi preesistenti nella repubblica di Weimar ed era analoga ad altre leggi esistenti, per esempio, in USA e Danimarca. Il culmine dell’Ausmerzen si concretizzò con il programma Aktion-T4, cioè lo sterminio programmato di pazienti psichiatrici e disabili in vigore dal 1939 al 1941. Gli individui venivano coinvolti nel programma previa diagnosi medica di “vita indegna di essere vissuta”, diagnosi che continuò a venir formulata proprio da medici fino al 1945, quindi ben quattro anni dopo la fine del programma centrale, e che portò all’uccisione di 250-300.000 persone. Il concetto di “eugenetica” alla base di queste pratiche, ben lungi dall’essere di conio nazista, nacque alla fine del XIX secolo e produsse un vasto movimento e una costellazione di “associazioni per l’eutanasia” presenti in Germania, Regno Unito e USA ben prima del 1933. A chi imputasse, però, alla contingenza del potere hitleriano gli “eccessi” prodotti nel terzo Reich rispetto agli altri contesti citati, il prof. Roelcke sottolinea come i manicomi e i campi di sterminio (le istituzioni totali, appunto) non fossero centrali di produzione ideologica del personale medico, quanto piuttosto “spazi deregolati”, in cui le pur già esistenti limitazioni all’attività scientifica imposte da una bioetica emergente non venivano applicate a causa dello statuto di inferiorità e di umanità parziale a cui erano condannati pazienti e prigionieri. Allo stesso tempo, le domande poste, le ipotesi formulate e i programmi di ricerca seguiti non erano “pseudoscientifici” (etichetta impropriamente usata dall’epistemologia liberale per espellere crimini e impurità da una Scienza sempre progressiva), bensì perfettamente inquadrabili nella razionalità scientifica del tempo e in grado di portare a scoperte importanti. Basti pensare ai progressi nello sviluppo di un vaccino per il tifo realizzati dal microbiologo ebreo polacco, nonché filosofo della scienza antesignano di Kuhn, Ludwik Fleck, proprio da prigioniero ad Auschwitz e avvalendosi anche di cavie umane (compreso lo stesso Fleck). Roelcke definisce questo quadro come quello di una “razionalità scientifica disallineata da pensieri umanitari” ma, tornando alle considerazioni fatte sulla base dei concetti basagliani e marxiani precedentemente esposti, bisogna seriamente prendere in considerazione l’idea che tali pensieri umanitari rappresentino solamente una “falsa coscienza necessaria” per chi, come un medico, ha bisogno di giustificare al proprio senso morale la funzione sociale che ricopre e gli effetti questa produce. Non è forse un “pensiero umanitario” l’igiene collettiva che l’eugenetica si proponeva di realizzare? Non sono forse obiettivi condivisibili la sicurezza e l’ordine pubblico che auspicano coloro i quali sono responsabili dell’espansione del sistema CPR nel controllo dell’immigrazione? L’analisi storica qui riproposta ci mostra gli effetti di una logica della scoperta scientifica che è rimasta essenzialmente immutata nell’ultimo secolo e deve mettere in guardia rispetto ai processi in corso: così come l’Ausmerzen nazista non fu che il coronamento di un movimento intellettuale transnazionale e già decennale all’epoca della sua attuazione, così la “remigrazione” non va considerata come lo spettro evocato da generali in cerca di voti, bensì come un processo che, attraverso i CPR, la deportazione di massa dei non-cittadini nei centri in Albania e la generalizzazione di queste misure nella laica e rassicurante Unione Europea è già drammaticamente in atto e a cui siamo chiamati a opporci.
Opporci, sì, ma come? E per cosa? Partiamo dalla seconda domanda. Rispetto a quale modo di fare scienza sia desiderabile, le posizioni dei coniugi Basaglia-Ongaro e di Fallot sono sorprendentemente concordi. Nel testo già citato, lo psichiatra veneziano scrive: “La tecnica - così come la legge - può dunque essere usata come strumento di liberazione se riusciamo ogni volta a comprendere i bisogni reali cui si deve rispondere, evitando di presumere o di accettare che la scienza e la legge servano a rispondere ai bisogni dei tecnici o della società che li delega.” Nel IV capitolo del saggio “sfruttamento, inquinamento, guerra”, Fallot sostiene che nella società senza classi la scienza “offrirà allora la possibilità di soddisfare i bisogni umani e di rendere più lieve il lavoro senza essere per questo una forza antagonistica all’uomo o il soggetto della produzione e conservando, invece, il suo carattere di mezzo.” Due prospettive certamente diverse, frutto di differenti percorsi intellettuali e umani, ma che convergono sull’idea che per cambiare gli effetti della scienza, cioè affinché essa possa realizzarsi come strumento di liberazione e di benessere, sia necessario individuare un nuovo fine: non una scienza per il progresso astratto o che segua l’interesse dei tecnici e del capitale, bensì una scienza per i bisogni concreti delle persone, una scienza per il popolo. Passiamo alla prassi: come realizzarla? Nella sua relazione, il prof. Roelcke ricorda come il 60% dei medici fosse iscritto al partito nazista; questo rapporto porta con sé due implicazioni:
- il 40% dei medici continuò ad esercitare pur non essendo iscritti, cioè senza un’adesione esplicita e registrabile all’ideologia hitleriana.
- il tasso di medici iscritti è sostanzialmente più alto di quanto si osserva per altre figure professionali, come avvocati e insegnanti, per i quali le percentuali si aggirano tra il 25 e il 30%. Roelcke, preso atto di ciò, sottolinea il ruolo che assume, in queste vicende, la responsabilità personale. Il professionista sanitario viene posto di fronte a una scelta, tra complicità e abdicazione, in un dilemma interiore che si ripropone anche tra chi viene chiamato a lavorare nel contesto concentrazionario dei CPR, come dimostrano le numerose testimonianze di psicologhe e psicologi raccolte dalla dottoressa Francesca Esposito in un intervento presso il convegno già citato. Allo stesso tempo, però, Esposito denuncia i limiti delle forme di resistenza individuale e sostiene che il cambiamento richieda “pratiche collettive di cura orientate da una consapevolezza politica, condivisa e radicale[…]”.
Chi scrive è d’accordo con questa conclusione. A corollario, è possibile constatare che le pratiche di opposizione individuale non siano prive di effetto in senso assoluto. L’esempio degli obiettori antiabortisti parla chiaro: numerosi professionisti astenendosi personalmente da una pratica medica producono intere strutture, territori, regioni in cui tale pratica non viene somministrata. La differenza, crediamo, sta nel fatto che l’iniziativa individuale possa trovare la sua efficacia solo quando questa sia sostanzialmente supportata dalle strutture di potere già esistenti, godendo quindi di appoggio politico, sostegno economico, tutela legale, mentre risulti totalmente inadeguata nel realizzare un’opposizione popolare, “dal basso”, contro il potere stesso. Insomma, si ritiene che per i tecnici sia necessario disertare dal ruolo di addetti all’oppressione, sabotare la macchina di produzione scientifica del capitale e organizzarsi, fare rete tra professionisti ma anche con i lavoratori, con le persone comuni.
La rete “mai più lager – NO ai CPR” è un esempio di resistenza civile, pacifica ma determinata, la quale propone un modello che va seguito e imitato. Tutta Science For The People – Italia esprime una ferma condanna alla sua criminalizzazione, così come agli atti intimidatori rivolti verso i suoi esponenti e tutti i professionisti sanitari, accusati di rispettare i principi della propria vocazione professionale e, soprattutto, di farlo in modo efficace, con coscienza politica.