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Sull'uso discriminatorio del discorso pubblico sulle malattie infettive

15 min di lettura

All’inizio della pandemia di COVID-19, i Paesi occidentali furono colti di sorpresa. L’opinione pubblica non riusciva a credere che, nel XXI secolo, un virus potesse provocare una sofferenza così diffusa in società considerate sane e con alti standard igienici. Dopo i rilevanti sforzi e investimenti avvenuti nella seconda metà del Novecento per contrastare le malattie infettive, l’Occidente aveva in gran parte relegato le infezioni — storicamente una delle principali cause di morte — a un problema secondario.

Quando si incontrano parole come “infezione”, “epidemia” o “contagio”, molti in Occidente pensano ai Paesi in via di sviluppo in Africa, Asia o Sud America. Questa visione è profondamente fuorviante, perché si fonda su un discorso razzista sulla salute pubblica che esalta ingiustificatamente la capacità occidentale di gestire le malattie infettive. In realtà, l’ultimo secolo ha visto almeno sei grandi epidemie di rilevanza internazionale: l’influenza spagnola, l’influenza asiatica, l’influenza di Hong Kong, l’HIV, la SARS e l’influenza suina.

Nonostante numerose epidemie abbiano colpito i Paesi occidentali nel passato recente, i media, i leader politici, le autorità sanitarie e il discorso scientifico diffuso hanno a lungo alimentato la narrazione secondo cui l’Occidente avrebbe ormai “vinto” la battaglia contro le malattie infettive. Ciò ha coinciso con un significativo cambiamento negli investimenti in ricerca, sempre più orientati verso le malattie non trasmissibili come il cancro e quelle legate all’invecchiamento — problemi associati all’aumento dell’aspettativa di vita e del consumismo.

Principalmente sono rimaste solo le organizzazioni sanitarie internazionali e le ONG1 per fornire sostegno finanziario per affrontare le malattie infettive che ancora colpivano i paesi più poveri, in una logica umanitaristica che emerge chiaramente nel recente libro Grazie, Occidente del giornalista italiano Federico Rampini, forte sostenitore del “blocco occidentale”, che sostiene che l’umanità dovrebbe essere grata all’Occidente proprio per il suo ruolo nel combattere le malattie infettive nel Sud Globale attraverso ONG e programmi caritatevoli. Qui sostengo invece che razzismo e xenofobia distolgono l’attenzione dalle questioni strutturali che influenzano la diffusione delle malattie e l’impatto delle epidemie sulle comunità.

Mostrerò che il fenomeno della stigmatizzazione — l’associazione di malattie infettive con gruppi specifici, spesso marginalizzati — non è nuovo ed è stato anzi fondamentale per lo sviluppo delle politiche moderne di salute pubblica. Suggerisco inoltre che il discorso scientifico e l’educazione abbiano rafforzato tali tendenze xenofobe attraverso analogie e metafore che inquadrano il rapporto tra organismo umano e microrganismi in termini dualistici. Per dimostrarlo, descriverò prima alcuni esempi storici e contemporanei di processi stigmatizzanti legati alle malattie trasmissibili; poi proporrò strumenti teorici tratti da Said, Levins e Lewontin per analizzare tali processi. Infine, menzionerò esempi di alleanze tra scienza e gruppi oppressi e proporrò direzioni per una pratica scientifica più giusta.

Identità occidentale, colonialismo e malattie

La costruzione dell’identità occidentale attorno a una presunta immunità nei confronti delle malattie infettive è stata fondamentale per le moderne politiche sanitarie e ha plasmato il discorso scientifico fin dagli inizi degli studi in ambito epidemiologico. Durante l’epoca coloniale, gli invasori europei portarono una varietà di malattie nelle Americhe, mentre altre malattie mai viste prima in Europa iniziarono a circolare al ritorno dei colonialisti.

I soldati che rientravano in Inghilterra venivano definiti “invalidi tropicali” a causa delle malattie contratte oltremare, spingendo le autorità a patologizzare le regioni tropicali, descritte come “luoghi da curare”, abitate da persone ritenute sporche e selvagge e caratterizzate da “aria impura”, mentre l’aria inglese veniva descritta come “troppo pura perché gli schiavi la respirino”2. Le istituzioni coloniali si preoccuparono principalmente delle malattie che ostacolavano la crescita economica e l’espansione dei mercati. Dal XIX al XX secolo furono organizzate quattordici convenzioni sanitarie internazionali che consolidarono politiche di salute pubblica e intensificarono lo stigma verso le popolazioni colonizzate, spesso sorvegliate, tracciate, isolate e messe in quarantena in modo sproporzionato3.

Rappresentazioni razziste e narrazioni sulle epidemie

Da questo contesto coloniale emerse un discorso scientifico sulle infezioni che costruì una divisione tra le società occidentali, rappresentate come sane, e gli stranieri, rappresentati come invasori malati. Tale narrazione fu alimentata da teorie dominanti come il darwinismo sociale e gli studi eugenetici. Questo racconto oscurava sistematicamente le malattie che gli stessi invasori occidentali avevano diffuso nel resto del mondo e cancellava dalla memoria collettiva la lunga storia di epidemie, malattie e contagi che ha caratterizzato anche la storia dell’Occidente fin dalle sue origini. Nel tempo, l’Occidente divenne simbolo di salute, mentre tutto ciò che era esterno a esso veniva rappresentato come simbolo di malattia da “curare” o “isolare”.

Uno degli esempi più trasparenti di questa narrativa razzista è evidente nei reportage occidentali sulla pandemia di COVID-19. Ad esempio, in risposta alle prime ondate del virus, sia la Tanzania sia la Svezia decisero di non implementare quarantene o misure rigorose di distanziamento sociale. Tuttavia, mentre la politica svedese fu celebrata come “modello svedese” e proposta come strategia per prevenire la diffusione del virus, la politica tanzaniana fu ridicolizzata come “controintuitiva” e “tossica”4.

La Cina e i cittadini cinesi vennero spesso incolpati per la diffusione del virus e l’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump minimizzò ripetutamente sia la rapida diffusione del virus sia l’elevato numero di morti tra le fasce più povere della popolazione americana. Mentre ignorava la devastazione causata dal virus negli USA, si concentrava ossessivamente sulla presunta origine cinese, etichettando il nuovo coronavirus come “virus cinese” o “Kung Flu”5. Anche il Wall Street Journal pubblicò un articolo dal titolo razzista “La Cina è il vero malato d’Asia”, richiamando vecchi pregiudizi coloniali6. Questa retorica alimentò il razzismo anti-asiatico negli Stati Uniti e provocò dure reazioni da parte del governo cinese7.

Questa campagna anti-cinese non rimase confinata agli USA. In Italia, il virus venne spesso chiamato “virus di Wuhan”, e figure politiche di destra come Matteo Salvini accusarono il governo cinese — senza alcuna prova — di aver creato e diffuso intenzionalmente il virus per indebolire le economie occidentali8. Nel febbraio 2020, quando si pensava che il virus fosse ben lontano dall’Italia, le autorità sanitarie raccomandarono il blocco dei voli provenienti dalla Cina, contribuendo ulteriormente alla stigmatizzazione e all’isolamento delle comunità cinesi9.

Stigmatizzazione interna: l’esempio di Ebola in Italia

Simili forme di discriminazione emersero in Italia durante l’epidemia di Ebola del 2014 in Africa, strettamente legate ai sentimenti anti-immigrati contro le persone africane. Numerose città italiane amministrate da partiti di destra introdussero “regole anti-Ebola” che discriminavano i migranti africani considerandoli potenziali portatori del virus. A Padova, il testo della legge era così assurdo da contenere riferimenti che nulla avevano a che fare con Ebola: parlava invece di immigrazione, delle operazioni di salvataggio nel Mediterraneo, del numero di migranti presenti nel territorio e persino del fatto che due agenti di polizia avessero contratto la scabbia durante un’operazione.

La norma vietava l’ingresso in città a chiunque non avesse un documento d’identità e obbligava i migranti senza permesso di soggiorno regolare a recarsi in ospedale per un controllo sanitario. Il collegamento tra questi contenuti e il rischio che una città del Nord Italia potesse essere “distrutta” da un’epidemia di Ebola circoscritta all’Africa occidentale è tuttora inspiegabile10.

Ciò che accadde in Italia rispecchia la più ampia narrativa razzista sull’Ebola: la diffusione dell’epidemia in Africa occidentale venne attribuita principalmente alle credenze locali e alla sfiducia nella scienza, invece che al mancato supporto internazionale, alle condizioni sanitarie disastrose dovute all’assenza di sistemi di salute pubblica funzionanti e agli standard di vita molto bassi, risultato di secoli di colonialismo. Questa narrazione rafforza l’idea che gli africani siano più soggetti alle malattie infettive a causa della loro cultura considerata “primitiva” e delle loro credenze “superstiziose”, che li porterebbero a rifiutare politiche sanitarie razionali e occidentali11. Intanto, distrae dalle disuguaglianze strutturali e dalla risposta internazionale tardiva, percepita da molti come una forma di negligenza o addirittura di abbandono.

Attribuire le malattie alle comunità marginalizzate

Non solo le comunità marginalizzate sono state descritte attraverso analogie con le malattie infettive, ma è vero anche il contrario: molte malattie e agenti patogeni sono stati denominati prendendo il nome da comunità umane o da località geografiche. Un caso emblematico è l’epidemia di colera del 1910 a Napoli, città del Sud Italia storicamente emarginata dal Nord sin dalla Unificazione.

Nel 1910, il medico statunitense Henry Downes Geddings, allora funzionario sanitario a Napoli, avvertì il governo italiano dell’aumento rapido dei casi di colera e sollecitò misure urgenti per prevenire una più ampia epidemia. In risposta, le autorità italiane minimizzarono la gravità del fenomeno per evitare ripercussioni economiche, ribattezzando la malattia come “febbre napoletana” e riducendola a una semplice gastroenterite che — affermavano — non si sarebbe diffusa oltre Napoli. Nel frattempo, però, il colera dall’Italia raggiunse gli Stati Uniti, la Francia e la Libia, probabilmente trasportato dalle truppe coloniali italiane12.

Ancora oggi i napoletani subiscono discriminazioni e vengono talvolta chiamati “colerosi” in cori razzisti durante le partite di calcio, che invocano l’eruzione del Vesuvio per “lavare” i “napoletani sporchi”. Questo esempio mostra chiaramente come attribuire la responsabilità di una malattia a un particolare gruppo serva a distogliere l’attenzione dalle cause economiche e politiche reali che ne favoriscono la diffusione.

Il discorso scientifico sull’infezione: guerra, invasioni e repressione

Nel cartone educativo Esplorando il corpo umano, le cellule e i tessuti umani sono rappresentati come una società che richiama una comunità occidentale media, in cui le cellule immunitarie sono raffigurate come poliziotti in uniforme bianca incaricati di identificare gli “invasori stranieri”. Questi invasori — virus e batteri — vengono rappresentati come criminali o personaggi malvagi, spesso con la pelle gialla.

Nella sua opera Orientalismo, Edward Said sostiene che il colonialismo non dipende solo dalla violenza fisica e dalla conquista, ma anche da rappresentazioni psicologiche ed epistemologiche dell’“Altro”. Queste rappresentazioni rivelano i rapporti di potere tra i popoli in un processo che Said chiama otherism, o costruzione dell’alterità, che costituisce il terreno culturale su cui crescono imperialismo e colonialismo13. Attribuire la colpa a un “Altro” descritto come selvaggio, primitivo e malato non ha nulla a che vedere con una reale comprensione empirica dei fenomeni, ma rappresenta uno strumento potente per rafforzare gerarchie oppressive già esistenti.

La complessità reale del sistema immunitario

La realtà è che il nostro sistema immunitario funziona in modo ben più complesso della semplice difesa contro minacce esterne. Nel nostro corpo vivono miliardi di batteri che costituiscono il nostro microbiota e che sono essenziali per l’omeostasi e per il funzionamento del sistema immunitario stesso. Siamo costantemente “infettati” o esposti a vari microrganismi che non causano alcun danno e spesso passano inosservati.

Una parte significativa del DNA umano è di origine virale, il che indica che il nostro materiale genetico è stato plasmato da infezioni antiche. Ad esempio, gli elementi trasponibili — sequenze virali integrate — continuano a muoversi all’interno del nostro genoma e contribuiscono a processi biologici fondamentali, come la produzione di anticorpi. Ciò significa che alcune cellule immunitarie sono in grado di riconoscere i virus proprio grazie ai resti di antichi virus presenti nel nostro DNA.

Levins e Lewontin: critica al pensiero biologico riduzionista

Nel libro The Dialectical Biologist, Richard Levins e Richard Lewontin propongono una critica simile a quella di Said, ma applicata direttamente alle scienze biologiche. Essi criticano la visione cartesiana dominante che descrive ogni entità e processo biologico come isolato, sostenendo invece che l’interazione è più importante dell’identità e che il processo è più importante del soggetto14.

Secondo questa visione, il pensiero scientifico di matrice cartesiana enfatizza una netta separazione tra “sé” e “non-sé”, presentando il corpo umano come radicalmente distinto dal mondo esterno, invece di riconoscere la storia evolutiva condivisa e la co-evoluzione tra esseri umani e ambiente. Questo modo di pensare favorisce l’uso di un linguaggio militare anche in ambito scientifico.

Durante un’epidemia si parla di “guerra” contro la malattia; i professionisti sanitari sono “in prima linea”; i microrganismi “invadono” la cellula; i virus vengono descritti come “hacker cellulari”; il sistema immunitario è paragonato a un’organizzazione militare incaricata di proteggere il “sé” eliminando gli invasori “non-sé”.

Ripensare il discorso scientifico sulle malattie infettive

Possiamo dunque osservare come il pensiero scientifico borghese favorisca il processo di “othering” — attribuendo la malattia all’Altro — e allo stesso tempo riduca la complessità reale che entra in gioco durante un’infezione. Questo non significa negare che molti microrganismi possano causare malattie gravi, né che la medicina occidentale abbia ridotto in maniera significativa il peso di molte infezioni. Nonostante il discorso scientifico possa riflettere prospettive xenofobe, la nostra comprensione delle interazioni microbiche non è mai stata così avanzata.

Potrebbe sembrare controintuitivo, ma non lo è: non dobbiamo distruggere le conoscenze esistenti né ripartire da zero. Il relativismo non è la risposta. Dobbiamo invece riconsiderare tali conoscenze alla luce di un nuovo approccio che non sia riduzionista sul piano epistemico e non produca discriminazioni quando applicato al contesto culturale.

Ciò è possibile soltanto riconoscendo che un quadro teorico riduzionista e discriminatorio ostacola la comprensione dei fenomeni naturali, danneggia l’accettazione sociale della scienza e limita la prevenzione e la risposta durante le emergenze sanitarie.

Inoltre, è necessario promuovere alleanze tra le lotte sociali e gli scienziati radicali. Esistono molti esempi in cui i movimenti sociali hanno cambiato radicalmente i rapporti tra istituzioni, scienziati e popolazioni.

Un esempio fondamentale è quello dei movimenti sociali che si mobilitarono contro la retorica omofobica nelle prime fasi dell’epidemia di AIDS, lottando per difendere la dignità delle persone sieropositive, per garantire i diritti dei partecipanti alla ricerca e per ottenere un accesso universale ai farmaci salvavita15.

Resistenza e solidarietà durante la pandemia di COVID-19

Durante la pandemia di COVID-19, le comunità cinesi in diversi Paesi si organizzarono per contrastare la sinofobia, creando reti e associazioni basate sulla cura reciproca, sulla salute e sulla solidarietà. Queste pratiche costituirono la base per una società più giusta16.

In risposta alla pandemia emersero anche pratiche alternative di produzione del sapere scientifico. Un esempio è “Pandemic Research for the People”, un progetto finanziato dal pubblico con l’obiettivo di migliorare la consapevolezza collettiva e la comprensione delle complesse problematiche che le comunità continuano ad affrontare17.

Il ruolo degli scienziati radicali

Noi, come scienziati radicali, sappiamo che il ruolo della scienza va ben oltre la produzione di discorsi. La scienza riguarda la salute, il benessere, la salvezza — o la possibile distruzione — di miliardi di persone, soprattutto le più povere, marginalizzate e oppresse.

Con loro, dobbiamo camminare insieme.

  1. Federico Rampini, Grazie Occidente! (Italia: Mondadori, 2024). 

  2. Alan Bewell, Romanticism and Colonial Disease (Baltimore: Johns Hopkins University Press, 2003). 

  3. Alexander I.R. White, “Historical linkages: epidemic threat, economic risk, and xenophobia,” The Lancet 395 (aprile 2020): 1250–1251. 

  4. Leanne Loo, “Capitalizing on Lock Down while Locking Down on Capital,” Science for the People 24 n.1, giugno 2021. 

  5. Colby Itkowitz, “Trump again uses racially insensitive term to describe coronavirus,” The Washington Post, 23 giugno 2020. 

  6. Walter Russel Mead, “China Is the Real Sick Man of Asia,” The Wall Street Journal, 3 febbraio 2020. 

  7. Yulin Hswen et al., “Association of ‘#covid19’ Versus ‘#chinesevirus’ With Anti-Asian Sentiments on Twitter,” American Journal of Public Health 111 n.5, maggio 2021. BBC, “Trump angers Beijing with ‘Chinese virus’ tweet,” 17 marzo 2020. 

  8. Affaritaliani, “Coronavirus, Salvini: ‘la Cina cresce…’”, 14 aprile 2020. 

  9. Amnesty International Italia, “Vergognosa ondata di sinofobia,” 4 febbraio 2020. 

  10. Ivana Abrigiani, “Emergenza Ebola – Il razzismo è una malattia contagiosa,” Melting Pot Europa, 9 dicembre 2014. 

  11. Eugene T. Richardson, Timothy McGinnis, Raphael Frankfurter, “Ebola and the narrative of mistrust,” BMJ Global Health 4 n.6 (2019). 

  12. Riccardo Liberatore, “L’Italia ai tempi del colera…”, Open Online, 2 febbraio 2020. 

  13. Edward Said, Orientalism (New York: Pantheon Books, 1978). 

  14. Richard Levins e Richard Lewontin, The Dialectical Biologist (Cambridge: Harvard University Press, 1985). 

  15. Paula A. Treichler, How to Have Theory in an Epidemic (Durham: Duke University Press, 1999). 

  16. Care Collectives, The Care Manifesto (Verso, 2020). 

  17. “Pandemic Research for the People,” consultato il 29 aprile 2025.