Il medico del lavoro: una professione che cambia
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Il medico del lavoro: una professione che cambia

Una storia della professione dalla nascita agli anni recenti

16 min di lettura

Se c’è una cosa che attrae e preoccupa nello stesso tempo è il cambiamento. Nella nostra esistenza quotidiana sappiamo che gestire con sufficiente equilibrio questi due sentimenti è la chiave di volta per vivere senza eccessive apprensioni questo fenomeno. Ma quando ciò si verifica nel campo della professione scelta al tempo della formazione scolastica allora non è semplice mantenere questo equilibrio.

Perché questa premessa che potrebbe sembrare ovvia? Perché volendo parlare di medicina e di medici, e più in particolare di medicina del lavoro e di medici del lavoro1, la parola chiave per capirne lo status è proprio quella: il cambiamento.

Lasciando subito da parte i quarti di nobiltà di questa professione risalenti a Bernardino Ramazzini (1633-1714), medico carpigiano (ossia nato a Carpi) e attivo all’inizio del secolo dei Lumi, ci spostiamo subito all’alba del 900, quando a Milano e Firenze due scienziati, coetanei, Luigi Devoto (1864-1936) e Gaetano Pieraccini (1864-1957) organizzano intorno a sé dei gruppi di medici per cominciare ad occuparsi delle malattie che piagavano lavoratori e lavoratrici di quel tempo. Nasce così, intorno ai due, la Medicina del Lavoro come disciplina clinica, attenta alle condizioni di vita e di lavoro e ai relativi rischi per la salute che venivano vissuti nelle fabbriche e nei campi dal proletariato italiano. Entrambi questi protagonisti avevano ben chiaro che la clinica, intesa come rapporto terapeutico medico-paziente era insufficiente a completare il bagaglio professionale dei medici che si dedicavano a questo campo. Ma qui cominciano le distinzioni che vedremo caratterizzeranno un po’ tutta la storia di questa professione. A Milano Devoto con abilità e senso pratico riesce a costruire, anche in concreto, una vera e propria Clinica che significativamente chiama “Clinica del lavoro” e non dei lavoratori, con sottile ambiguità circa l’affermata ricerca di risanare il lavoro, prima ancora che il lavoratore, ma creando un vero e proprio ospedale per le malattie che affliggevano i lavoratori. Il risanamento del lavoro, affermato a parole era lasciato nelle mani dei padroni delle fabbriche che munificamente e paternalisticamente finanziavano anche la Clinica con elargizioni in denaro. L’abilità di Devoto fu anche quella di inserirsi in un ambiente, quello di una Milano in pieno decollo industriale, in cui agiva una “nebulosa riformista” costituita da medici attenti alla Questione Sociale, industriali e possidenti orientati a smussare gli eccessi del capitalismo industriale e agricolo per disinnescare il conflitto sociale e favorire la collaborazione fra le classi, riformatori sociali, una classe lavoratrice evoluta, alfabetizzata, capace di esprimere esigenze collettive in forma organizzata. Il laboratorio sociale di Milano sarebbe stato l’incubatore privilegiato della nuova professione, la Medicina del Lavoro. A Firenze Gaetano Pieraccini si trova in un contesto molto più segnato dal protagonismo del movimento operaio. Socialista convinto, riformista sincero, intitola significativamente la sua opera principale “Patologia del lavoro e Terapia sociale”, primo testo organico della nuova disciplina, nel quale a fronte della constatazione della patologia che affliggeva il proletariato di quegli anni, propone una “terapia sociale”, ovvero l’intervento delle istituzioni per il contrasto a quelle piaghe. I rapporti tra i due gruppi di medici sono in quei primi anni del secolo intensi e proficui. Le due riviste edite a Milano (IL Lavoro) e a Firenze (Il Ramazzini) si organizzano per dividersi il lavoro. Da una parte Devoto con Il Lavoro propone una sorta di bollettino di aggiornamento per i medici che volevano conoscere le novità della letteratura scientifica e le iniziative degli enti pubblici sui temi della prevenzione e della patologia del lavoro. Dall’altra Pieraccini assume sulla sua rivista Il Ramazzini il compito di ospitare articoli di approfondimento scientifico, resoconti di inchieste e ricerche sul campo svolte dai primi medici dedicati a questo campo di studi. Il Ramazzini ospita anche per alcuni anni i resoconti organizzativi (Bollettino) della neo-costituita Commissione Internazionale per lo studio delle malattie del lavoro, nata in seguito al primo congresso tenuto nel 1906 a Milano.

L’avvio del nuovo “mestiere” di medico del lavoro, per quanto non ancora disciplinato da un cursus honorum definito, avviene nel nome della protezione e promozione della salute dei lavoratori.

Tuttavia alcuni punti deboli in questa nuova figura appaiono già delineati. Nonostante gli intenti ripetutamente espressi, la componente tecnologica nella formazione prontamente avviata presso la clinica del lavoro milanese appare insufficiente e, soprattutto, Devoto non riesce a creare durature collaborazioni con il gruppo degli ingegneri usciti dal Politecnico associati nel sodalizio costituito nel 1894 dall’industriale tessile Ernesto De Angeli (1849-1907), l’Associazione degli Industriali Italiani per la Prevenzione degli Infortuni del Lavoro AIIPIL, vera lobby di pressione per conto degli industriali nei confronti del potere politico. D’altra parte, Devoto mantiene un atteggiamento molto attento alla “clinica” delle malattie, ossia alla diagnosi differenziale rispetto al resto della patologia, offrendo nella sua clinica il ricovero a molti intossicati da Piombo, Mercurio, Fosforo, ma anche per lavoratori sofferenti per altre patologie sociali. In questa prima fase i legami con le organizzazioni operaie sono molto forti, specie con la classe dei tipografi e dei verniciatori che riconoscono nella clinica un punto di riferimento anche per le richieste di miglioramenti igienici nei luoghi di lavoro. Essenziale a tal proposito appare il lavoro di uno dei collaboratori di Devoto, Luigi Carozzi (1880-1963), socialista riformista, grande studioso della patologia professionale, ma anche attento agli sviluppi della ispezione del lavoro, vero strumento di intervento dello stato nella protezione della salute in fabbrica. Questo suo interesse lo porterà a lasciare la clinica del lavoro nel 1914 per entrare nell’Ispettorato medico centrale, avendo come suo superiore e unico collega Giovanni Loriga (1861-1950). Nella galleria dei medici esperti di prevenzione del lavoro Loriga ha un posto d’onore. Di formazione igienista, compie i suoi primi passi all’interno della Sanità Pubblica, figlia della Riforma Sanitaria del 1888 (Legge Crispi-Pagliani), approdando all’inizio del 900 al campo dell’igiene del lavoro, in vista della costituzione dell’ispettorato medico centrale del quale è autorevole sostenitore. Tuttavia, gli esiti della lunga e travagliata vicenda che porta tra il 1912 e il 1914 alla definitiva istituzione dell’Ispettorato dell’Industria e del Lavoro non rispondono al disegno che Loriga aveva formulato fin dal 1904 in un articolo su Il Policlinico-Sezione Pratica2. Prevale la linea degli industriali, interessati solamente al tema degli infortuni e gelosi di mantenere sotto il controllo della propria AIIPIL l’ispezione delle fabbriche. Già Pirelli (1848-1932) nella relazione senatoriale che accompagnava il disegno di legge di istituzione dell’Ispettorato, nel 1912, delimitava rigidamente l’ambito di intervento dell’ispettorato medico, relegandolo a semplice appendice dei capi-circolo tutti ingegneri. Era il segno di una scelta che avrebbe pesato a lungo nelle sorti dei medici del lavoro, che perdevano la prospettiva di impegnarsi seriamente nel campo dell’igiene del lavoro e della epidemiologia, discipline considerate poco o per niente pertinenti al suo profilo professionale.

Fascismo e secondo dopoguerra nella continuità

Il primo dopoguerra vide da una parte una crisi organizzativa e di risorse dell’Ispettorato che perse molti effettivi, rivoltisi a impieghi privati meglio retribuiti o - è il caso di Carozzi – passati a organizzazioni internazionali come l’OIL. Sul piano della professione dei medici del lavoro3, l’incertezza delle prospettive di inserimento nelle strutture della Sanità Pubblica dell’epoca, portò la maggior parte di loro verso l’impegno come medici aziendali nelle grandi fabbriche che necessitavano di controllo e selezione della manodopera sulla base della prevedibile resistenza alle condizioni del lavoro in via di riorganizzazione scientifica. Su di un altro piano lo sviluppo dato dal Fascismo alle assicurazioni sociali, orientò verso una “medicina Assicurativa del lavoro”, più medicina-legale che igiene del lavoro. A completare l’opera di cambiamento nella figura del medico del lavoro tra le due guerre mondiali, contribuì infine anche l’affermarsi di quella medicina “costituzionale” declinata da Nicola Pende (1880-1970) come “biotipologia umana”4. Con l’inserimento nel Regolamento generale di igiene del lavoro del 1927 della figura del “medico d’azienda”, prevista in forma obbligatoria per le visite di assunzione e periodiche della manodopera in determinate industrie si sancì quindi il modello di professionista relativo: medico competente in tema di malattie professionali, capace di selezionare forza-lavoro idonea ad adattarsi alle condizioni dell’industria specifica, responsabile di controllare periodicamente la persistenza di tali caratteristiche nel tempo e di allontanare dal rischio (spesso, di conseguenza, dal lavoro) quei soggetti che avessero mostrato carenze psico-fisiche insorte successivamente all’assunzione. Su di un altro piano si sviluppò la figura del medico del lavoro clinico, nei luoghi di ricovero della patologia professionale esistenti o creati dall’ente di assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali INFAIL-nella sigla del quale spiccava l’iniziale dell’attributo di Fascista. Anche l’ENPI, in quegli anni direttamente dipendente dalla Confindustria, contribuì a dar lavoro a questo medico nei Policlinici del lavoro, poi divenuti Centri di medicina industriale che arrivarono ad avere un imponente corpo medico negli ambulatori propri o gestiti all’interno delle più grandi aziende dell’epoca.

Il secondo dopoguerra non registrò grandi modifiche a questa situazione nella quale la figura del medico del lavoro veniva formata per rispondere alle linee impostate durante il periodo fascista. Naturalmente la ritrovata libertà consentì scelte individuali dissonanti rispetto a questo percorso, ma nella maggior parte dei casi il medico del lavoro continuò a svolgere attività clinica, selezione del personale su base di resistenza fisica e adattabilità al lavoro dato, valutazioni di idoneità successive all’assunzione, così come rimasero e si confermarono medici del lavoro votati a valutare il grado di invalidità residuato a infortuni e malattie professionali nei ranghi dell’INAIL che di diverso aveva solo l’acronimo, cassata la F di Fascista. L’ENPI proseguì anch’esso nella medesima maniera il proprio impegno, cambiando “padrone” se così si può dire, dalla Confindustria al Ministero del lavoro, ma sempre usufruendo dei finanziamenti provenienti dalle aziende. Quanto all’Ispettorato medico centrale rimase relegato in secondo piano, dotato di scarse risorse umane e ancor minori risorse strumentali.

La fine di un’epoca e i grandi cambiamenti conseguenti

Fu solo con il 68 degli studenti e la storica “rottura” dell’Autunno Caldo sindacale del 1969 che questa inerzia e acquiescenza all’ordine dato si interruppe. Questo significò un nuovo e radicale cambiamento di prospettiva nella figura del medico del lavoro. Nel 1968 il congresso della Società Italiana di Medicina del Lavoro che si teneva a Bologna fu interrotto per il sit-in degli studenti e di giovani medici e operai che contestavano le posizioni retrive della SIMLI per quanto riguarda la difesa della salute dei lavoratori. Il decennio seguente, fino alla promulgazione della legge 833 di Riforma Sanitaria del dicembre 1978 fu ricco di avvenimenti che ridisegnarono le caratteristiche della professione, imponendo un’attenzione per le ragioni dei lavoratori nei confronti della tradizionale prevalenza di quelle dei datori di lavoro. Con la nascita del Servizio Sanitario Nazionale-SSN una coorte di giovani professionisti si inserì nelle nuove strutture create per la tutela della salute nei luoghi di lavoro. Si costituirono piccole, ma efficienti equipe multidisciplinari di operatori della prevenzione che operarono a stretto contatto col territorio e con le organizzazioni dei lavoratori. L’ENPI venne sciolto e l’Ispettorato del lavoro fu costretto a lasciare il campo della vigilanza sui temi dell’antinfortunistica e dell’igiene del lavoro alle nuove strutture. Anche l’INAIL sulla carta fu esautorato dalle proprie competenze sanitarie formalmente transitate anch’esse alla Unità Sanitarie Locali. Gli operatori della prevenzione costituirono una nuova associazione a carattere nazionale la SNOP-Società degli Operatori della Prevenzione, nella quale le barriere tra le diverse professioni furono abbattute. Gli sbocchi professionali dei medici specializzati in medicina del lavoro furono quindi ridisegnati, dando spazio al lavoro nei servizi del SSN, ma non escludendo anche la tradizionale funzione di sorveglianza sanitaria delle maestranze in fabbrica. Le competenze del medico del lavoro si arricchirono di importanti strumenti: l’epidemiologia, le molteplici conoscenze di tecnologia industriale e agraria, le prime competenze e attenzioni per aspetti sociologici e psicologici, frutto della spinta degli stessi lavoratori, realizzata attraverso l’individuazione nel modello operaio di lotta alla nocività del cosiddetto Quarto Fattore di rischio, quello legato a fattori organizzativi del lavoro e allo stress.

Gli anni 70 e 80 furono quindi ricchi di realizzazioni e di cambiamenti nel profilo professionale del medico del lavoro. La fase “creativa” finì con l’inizio del decennio successivo, quando iniziò il recepimento delle direttive europee in tema di sicurezza e salute al lavoro. Nacque in quegli anni la figura del “medico competente”, specialista di medicina del lavoro, iscritto ad apposite liste, unico autorizzato a svolgere la sorveglianza sanitaria delle maestranze al lavoro ai sensi della normativa introdotta con il Dlvo 977 del 1991 e ribadita con la legislazione della metà degli anni ‘90 la famosa 626/94. Si cambiava così il focus dei doveri nel debito di prevenzione dei rischi che passava in maniera esplicita e ben definita sulle spalle dei datori di lavoro, lasciando agli operatori dei servizi di prevenzione il compito di regolare il mercato dei consulenti del datore di lavoro, tra i quali spiccava il nuovo “medico competente”. I medici dipendenti del SSN, operatori dei servizi di prevenzione nei luoghi di lavoro, svilupparono carriere che li portarono in molti casi ai vertici gerarchici dei servizi stessi, quando non furono cooptati nell’organizzazione più ampia delle Aziende Sanitarie Locali, subentrate del 1992 alle Unità Sanitarie Locali. In questa maniera ebbe termine quel lavoro di equipe paritaria che tanto aveva caratterizzato il periodo precedente.

Allo stesso tempo le scuole universitarie di specializzazione orientarono la propria attività formativa verso un medico del lavoro a immagine e somiglianza delle funzioni di medico competente, lasciando in secondo piano le peculiarità formative necessarie per il medico che voleva inserirsi nei servizi pubblici di prevenzione. D’altra parte, il clima sociale e politico era profondamente cambiato rispetto agli anni nei quali era iniziata la nuova storia della medicina del lavoro. Adesso l’attrazione verso il mercato privato del lavoro, l’attività di medico competente come consulente del datore di lavoro, era favorita anche dalle prospettive economiche migliori, in assenza tra i giovani in formazione, di quelle motivazioni ideali che avevano animato la coorte dei medici degli anni ‘70 e ‘80. Le ASL trovavano sempre più difficoltà nel reclutare nuovi operatori che andassero a sostituire quelli che – siamo ormai nel secondo decennio del nuovo secolo – andavano in pensione. Anche i continui tagli alla Sanità Pubblica non aiutavano certo a rimpiazzare i vuoti che progressivamente si registravano nei ranghi dei servizi.

Attualità e prospettive

E siamo all’oggi. Il giovane medico del lavoro di questi anni vive certamente un periodo di crisi della professione. Stretto fra esigenze concrete di lavoro e una formazione che lo spinge a privilegiare l’impegno come medico competente, ha ormai perso di vista nella maggior parte dei casi la prospettiva di un lavoro in seno al SSN nei servizi di prevenzione delle ASL. Non esistono sondaggi che tastino il polso di queste cose tra i nuovi giovani medici, ma i saltuari colloqui che intrattengo con alcuni di loro mi confermano in questa sorta di diagnosi: nel campo della professione del medico del lavoro, come anche in quella delle strutture preposte alla salute e alla sicurezza del lavoro e dei lavoratori, è in atto un lento, progressivo ritorno al passato. L’INAIL ente di assicurazione sociale, non ha mai abdicato alle sue strutture e competenze sanitarie che pure gli erano state formalmente tolte dalla legge 833, e nei primi anni duemila è tornata a dettar legge nel campo della prevenzione, inglobando le funzioni svolte dall’ISPESL, cioè quell’Istituto Superiore per la Sicurezza del Lavoro che nel disegno dei riformatori del 1978 doveva invece essere il punto di riferimento scientifico e normativo dei servizi del SSN. È bene ricordare che l’INAIL dipende dal Ministero del Lavoro e non ha rapporti di dipendenza da quello della salute, che invece era il diretto interlocutore dell’ISPESL. Lo sbocco professionale dell’attuale medico del lavoro è sempre più orientato verso il mercato del lavoro privato dove opera come consulente del datore di lavoro, da quest’ultimo retribuito per le mansioni della sorveglianza sanitaria obbligatoria per legge e per la valutazione dei rischi, nei limiti previsti dalla normativa della 626/94 e successivi aggiornamenti.

Perso il principio del lavoro interdisciplinare e d’equipe nelle diverse situazioni che si presentano quotidianamente, il medico del lavoro delle strutture pubbliche oggi è molto più solo nel suo percorso professionale. La corporativizzazione – mi si passi questo brutto neologismo – delle professioni della prevenzione, sancita dalla istituzione di ulteriori Ordini Professionali per i laureati del settore è andata esattamente nella direzione opposta rispetto a quella sostenuta dai medici pubblici della Riforma Sanitaria che chiedevano l’abolizione anche di quello dei medici. In molte Aziende Sanitarie all’interno dello stesso Dipartimento della Prevenzione si sono create aggregazioni organizzative mono-professionali con la separazione tra medici del lavoro e altro personale sanitario e Tecnici della Prevenzione. In ultimo recentemente anche l’ispettorato del lavoro ha riguadagnato le perdute competenze in fatto di igiene del lavoro, contribuendo in questa maniera a quel processo di riaccentramento descritto per l’INAIL. In tutto questo quadro a tinte fosche va anche aggiunto che la crisi di ruolo e di prospettive per la medicina del lavoro non è solo italiana, ma investe almeno tutta l’Europa. Il tramonto dei tradizionali fattori di rischio legati al lavoro manuale e l’incremento di quelli psico-sociali e organizzativi ha di fatto cambiato i termini della professionalità del medico che si interessi alla salute dei lavoratori. L’irrompere sulla scena dell’Intelligenza Artificiale non fa che accentuare questi problemi.

Chiudiamo come abbiamo cominciato: il mondo del lavoro cambia, la medicina cambia. Anche ruolo e professione del medico del lavoro sono nel pieno di mutamenti epocali. Non è la prima volta che avviene, non sarà certo l’ultima.

Suggerimenti di Bibliografia

Tomassini, Luigi. La salute al lavoro. La Società Italiana di Medicina del Lavoro e Igiene Industriale dalle origini ad oggi. Soc. It. Medicina del Lavoro-Editoriale Berti, 2012.

Francesco Carnevale e Alberto Baldasseroni. Mal da lavoro: storia della salute dei lavoratori. Laterza, 1999. https://www.academia.edu/44635538/Mal_da_Lavoro_Storia_della_salute_dei_lavoratori

Riva, Michele Augusto, and Francesco Carnevale. “What is the origin of the Italian term ‘medico competente’?.” La Medicina del Lavoro 108.6 (2017): 6373-6373. https://mattioli1885journals.com/index.php/lamedicinadellavoro/article/view/6373/4701

Baldasseroni Alberto. Note preliminari per una storia della SNOP. Ed. Soc. Naz. Operatori della Prevenzione, Dicembre 2025. https://snop.it/quarantanni-e-piu-di-storia-di-snop-in-un-e-book-da-scaricare/

  1. Userò la dizione “medico” del lavoro per intendere sia i maschi che le femmine in questa professione. 

  2. Loriga G. Gli ispettori medici del lavoro, in Il Policlinico, sezione pratica, XI [1904], pp. 823-828 

  3. A quell’epoca non esisteva ancora una definizione accademica del titolo di medico del lavoro e quindi non è semplice delimitare il gruppo professionale relativo 

  4. Pende N. La biotipologia umana quale fondamento della moderna fisiologie e medicina del lavoro. Rass Med Appl Lav Ind 1930, Anno I, n.2, pp.50-59