Conoscenza e prassi
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Conoscenza e prassi

La verità come problema politico

17 min di lettura

La Terra gira intorno al Sole, e questo è un fatto. Qualsiasi altra teoria che postuli un altro stato di cose dev’essere considerata falsa, perché non rispecchia la realtà.
D’altra parte, secondo molti fisici, il modo migliore per interpretare la meccanica quantistica è rinunciare all’idea che questa ci descriva come è fatto il mondo. Piuttosto, la meccanica quantistica è un modello matematico e il suo rapporto con la realtà è, per così dire, “metaforico”. In entrambi i casi, che cioè si consideri una teoria scientifica la descrizione del mondo o una sua modellizzazione, la funzione storica e sociale dell’attività conoscitiva recede sullo sfondo come elemento inessenziale alla valutazione della teoria stessa. Con ciò, il fatto che la scienza produce di per sé teorie “vere” (sia che si tratti di modelli sia che si tratti di descrizioni) viene assunto come punto di partenza di ogni considerazione sulla natura delle teorie scientifiche, e il concetto stesso di “verità” viene dato per scontato. Ma questo concetto è davvero a-problematico come sembra? Per provare a dare una risposta, conviene fare un passo indietro e ripartire dal principio. Cosa intendiamo quando diciamo che un’affermazione è vera?

Stamattina mi sono alzato e ho aperto le finestre. L’acqua scrosciava sui tetti e sull’asfalto, le auto azionavano i tergicristalli e le persone cercavano riparo sotto i tendoni dei bar o sotto gli ombrelli. Se qualcuno mi avesse chiesto com’era il tempo, gli avrei senz’altro risposto che fuori stava piovendo. Sarebbe stata una affermazione vera la mia? Intuitivamente saremmo portati a rispondere di sì. Ma cosa significa questo? E in che modo è un problema politico?

Da quando l’essere umano ha iniziato a riflettere sul modo in cui si rapporta con il mondo è sorto il problema di definire le condizioni per un discorso vero. In che senso l’affermazione “Piove” è vera se fuori piove? Tecnicamente, le riflessioni che muovono da domande di questo tipo cadono nel campo filosofico dell’“epistemologia” (da episteme, conoscenza). Ci sono alcune frasi, alcune proposizioni, che appaiono vere senz’altro. Si tratta delle tautologie, cioè delle frasi che sono sempre vere o, che è lo stesso, che non possono essere false. «Piove o non piove», «Se un numero è pari allora non è dispari», «Se non avrò successo significa che avrò fallito». Il motivo per cui queste frasi ci sembrano senza dubbio vere risiede nella loro particolare forma logica, che ricomprende in sé tutte le eventualità possibili. Indipendentemente dal tempo atmosferico, l’enunciato “Piove o non piove” è sempre vero.

Quando parliamo, però, non ci limitiamo alle tautologie. Di solito cerchiamo di affermare qualcosa del mondo, di descrivere uno stato di fatto, di dire come è fatta effettivamente la realtà. “Fuori piove” non è un’affermazione tautologica ma un enunciato empirico, cioè una frase che descrive il mondo. Se fuori c’è il sole, ci sembra ovvio dire che l’enunciato “fuori piove” sia falso. Se invece fuori piove, ci sembra ovvio dire che l’enunciato “fuori piove” è vero. Poiché la verità di questi enunciati dipende da come è fatto il mondo si pone un problema: in che senso siamo in grado di descrivere la realtà?

Partiamo dalla risposta che storicamente appare più immediata: il realismo epistemologico. Per un realista, la conoscenza è l’esito di un processo di rispecchiamento della realtà nel soggetto conoscente. Io conosco la realtà perché ne ho esperienza, e posso esprimere ciò che esperisco attraverso il linguaggio. Maggiore è la mia precisione nel descrivere ciò che esperisco, maggiore è la vicinanza tra il mio discorso e la realtà, maggiore è il contenuto di verità delle mie affermazioni. In parole più semplici: se io vedo che fuori piove e affermo “piove” allora il mio enunciato è vero. Questa posizione è stata ben riassunta nell’adagio medievale: veritas est adaequatio rei et intellectus, la verità è l’adeguamento, la concordanza della cosa e dell’intelletto.
Anche se questa posizione è abbastanza condivisa, essa pone dei problemi. Per quanto mi possa sforzare, ci sarà sempre uno scarto, una distanza tra il mio discorso e la realtà. Io non vedo “piove”, io vedo dell’acqua che cade dal cielo. È solo perché so che la parola “piove” in italiano indica il fenomeno della pioggia che posso affermare che fuori sta piovendo. Ma il linguaggio è un prodotto umano, largamente arbitrario e spesso impreciso. Chi o cosa mi garantisce che esso sia in grado di esprimere la realtà? Radicalizzando il discorso, chi o cosa garantisce che il modo in cui mi rappresento e articolo la mia esperienza corrisponda al modo in cui è fatta la realtà?
È noto a tutti che l’umanità ha creduto a lungo che il Sole ruotasse intorno alla Terra. Ancora oggi conserviamo le tracce di questa idea nel modo comune di esprimerci: il Sole sorge e tramonta. Solo complesse motivazioni di ordine matematico hanno portato gli scienziati del Cinque e del Seicento a formulare la teoria eliocentrica. Una teoria che non è stata certo verificata attraverso l’esperienza sensibile. Non abbiamo cioè avuto bisogno di mandare gli astronauti nello spazio per vedere che il Sole ruota intorno alla Terra. Semmai, anzi, la teoria eliocentrica e in generale la fisica moderna hanno fornito la base teorica per le missioni spaziali.
Il problema è serio. Una volta affermato che un discorso è vero se e solo se rispecchia la realtà, dobbiamo definire i criteri per poter cogliere la realtà in quanto tale. Ma questi criteri non sembrano esistere: i sensi sono imperfetti, i metodi di ricerca possono condurci fuori strada. In pratica, potremmo essere condannati a “rincorrere” la realtà senza mai afferrarla. Tutt’al più possiamo avere la certezza di riuscire ad “afferrare” solo ciò di cui abbiamo esperienza, il fenomeno. Ma anche in questo caso, non appena incappiamo in un errore – ad esempio la percezione erronea che il Sole si muova – il terreno che sosteneva l’intero edificio della conoscenza ci frana sotto i piedi e diventa legittimo il sospetto di non avere alcuna base solida per affermare alcunché di vero.
Sullo sfondo emerge un problema più fondamentale. La concezione realista della conoscenza opera una necessaria separazione tra il soggetto conoscente e l’oggetto conosciuto. Il soggetto da una parte, l’oggetto dall’altra e un qualche strumento (i sensi, la matematica, il metodo scientifico) come ponte per attraversare il fossato. In effetti, l’etimologia stessa della parola “metodo” lo indica: strada, via che conduce, “meta-odos”. Conduce a cosa? Alla realtà reale, alla verità in sé. Ma una volta separato il soggetto dall’oggetto, non c’è più modo per ricomporre la frattura.

Si potrebbe cercare di ovviare al problema rifiutando il realismo e sostenendo che la conoscenza consista sempre in una qualche forma di modellizzazione della realtà1 . Secondo questa prospettiva, i discorsi, le teorie, sono incapaci di mostrare l’essenza della realtà, limitandosi a fare delle previsioni sui fenomeni osservabili. L’essere umano infatti non si limita a recepire in modo passivo gli stimoli esterni e a rielaborarli intellettualmente in un secondo momento. Piuttosto, fin dalla sua nascita, ogni individuo filtra i cosiddetti “dati sensibili” secondo strutture determinate dallo sviluppo filogenetico della specie a cui appartiene, rielaborandoli in modo da rendere la realtà “a misura” della propria comprensione (nel senso letterale del termine, di prendere e tenere assieme). La mente tabula rasa cara agli empiristi deve quindi lasciar posto all’idea di una complessa interazione, non deterministica, tra condizioni formali della conoscenza, frutto dell’evoluzione, e contenuti materiali derivati dall’esperienza. L’idea che il soggetto conoscente contribuisca in qualche modo a costruire la realtà non è privo di fascino e potrebbe essere giustificato dagli studi di neurobiologia comparata e di linguistica sociale. Gli esperimenti di Giorgio Vallortigara con i pulcini vanno esattamente in questa direzione. I pulcini appena nati per esempio manifestano una preferenza statisticamente apprezzabile verso figure, anche minimali (dei punti raffigurati su uno schermo, posti in corrispondenza delle giunture delle articolazioni ad esempio) che si muovono di moto semirigido in una direzione “corretta” (con le zampe verso il terreno e la testa verso l’alto), piuttosto che poste in posizione rovesciata, upside down direbbero gli anglofoni. Che è precisamente il movimento che ci appare naturale. Un discorso analogo si potrebbe fare per il concetto di numerosità, cioè la capacità di riconoscere quantità discrete e soprattutto di operare con esse secondo le operazioni aritmetiche di base (addizione, sottrazione, moltiplicazione, divisione), o di orientarsi nello spazio, riconoscendo il carattere geometrico dei luoghi in cui si trovano 2. Tuttavia rimane aperto un problema.
Se la teoria è semplicemente un modello, incapace di dirci come è fatta la realtà, cosa rende una teoria migliore delle altre? Non essendo vincolata a criteri oggettivi, l’adesione a una teoria rischia di diventare una questione di preferenza soggettiva. Non necessariamente una preferenza arbitraria: non si tratta solo di prediligere una teoria in base alla “bellezza” matematica delle formule o all’“eleganza” delle soluzioni proposte (in realtà capita anche questo, ma non è il punto principale). La soggettività della teoria si manifesta piuttosto nel fatto che la teoria assume una funzione deliberatamente strumentale, funzionale a mettere in luce un certo aspetto particolare della realtà. Per usare una metafora, la teoria sarebbe come una mappa: non ci descrive la realtà in tutti i suoi aspetti, ma ne rappresenta solo quelli utili a orientarci. E proprio come una mappa escursionistica metterà in luce alcuni elementi del territorio che non troveremo in una cartina turistica (ad es. i dislivelli del terreno), una teoria scientifica rappresenta il mondo solo in modo parziale, secondo una decisione insindacabile del ricercatore rispetto a ciò su cui vale la pena di concentrare l’attenzione e ciò che invece risulta trascurabile. Ancora una volta, e forse in modo più radicale rispetto al realismo epistemologico, soggetto conoscente e oggetto conosciuto vengono posti su due piani differenti. Con la differenza in questo caso che la teoria – di cui non ha nemmeno senso domandarsi se sia vera o falsa – non è più nemmeno in grado di mettere in comunicazione i due piani: il soggetto sa infatti già in partenza che l’unica domanda pertinente può essere se il modello si adatta a un particolare sistema, ossia a un particolare insieme di elementi empirici (e teorici) predeterminati dalla teoria stessa come proprio ambito di indagine 3.
Anticipando quanto andremo dicendo più oltre, e riprendendo la metafora della mappa, si potrebbe sostenere che senza dubbio in ogni teoria c’è un elemento convenzionale: «Il Giappone probabilmente è Estremo Oriente non solo per l’Europeo, ma anche per l’americano della California e per lo stesso Giapponese», diceva Gramsci 4. Tuttavia questo non ha impedito di orientarsi nel mondo proprio a partire dal modello: i «riferimenti [geografici] sono reali, corrispondono a fatti reali, permettono di viaggiare per terra e per mare e di giungere proprio dove si era stabilito di giungere, di prevedere il futuro, di “oggettivare la realtà”, di comprendere la “oggettività reale del mondo esterno”»5 . Ridurre la teoria a mero costrutto intellettuale arbitrario impedisce di capire come possa avvenire questa “comprensione dell’oggettività reale del mondo esterno”. Come, in altre parole, l’attività scientifica dimostri la propria verità nella relazione tra l’essere umano e il mondo. Ritorniamo così al problema di ciò che lega la teoria alla realtà in modo da consentire di attribuire alla prima un valore di verità positivo o negativo.
Per superare questa impasse, conviene provare a intraprendere una terza strada, che potremmo definire “storico-sociale”. Per farlo, è necessario innanzitutto riconoscere il carattere mondano dell’essere umano. Con questo aggettivo intendo dire che l’essere umano non è un soggetto esterno al mondo, ma ne è parte integrante. Proprio come ogni altro elemento – sarebbe più corretto dire: come ogni altro ente –, ciascun individuo entra in relazione con ciò che lo circonda. Innanzitutto (è un innanzitutto da un punto di vista logico, non necessariamente temporale), con gli altri individui. L’essere umano infatti è un animale sociale, politico per usare l’espressione di Aristotele. Le percezioni, le esperienze non sono frutto di una ricezione passiva di ciò che ci circonda, ma sono l’esito di una relazione che ci vede soggetti agenti, capaci di modificare la realtà e di farla nostra intellettualmente. Lo stesso linguaggio umano non si limita a registrare ed esprimere le esperienze, ma contribuisce a dare un senso al mondo che ci circonda.

L’attività intellettuale, quindi la produzione teorica e scientifica, non fanno eccezione. Sono una delle modalità – una modalità particolare della nostra specie – di rapportarci con la realtà, che ci permette di comprendere il mondo, di farlo nostro dal punto intellettuale e pratico. Finché l’umanità non ha elaborato un’adeguata comprensione dei fenomeni elettrici, ad esempio, i fulmini erano un oscuro presagio o la manifestazione dell’ira di Dio. Solo a partire dalla fine del Settecento, grazie agli studi sui fenomeni elettrici di Galvano, l’umanità ha potuto elaborare una teoria sistematica e “scientifica” dell’elettricità. Così, grazie alle teorie elettromagnetiche sviluppate nell’Ottocento, l’elettricità è diventata una potentissima forza produttiva, capace di trasformare radicalmente il modo in cui ci relazioniamo con il mondo.
Grazie allo studio dell’elettromagnetismo, i fulmini sono stati sottratti alla volontà divina, permettendoci di evitare le conseguenze più dannose per gli edifici e per gli esseri viventi, e l’elettricità è entrata a far parte del nostro mondo pratico oltre che intellettuale.
Riconoscere che l’elaborazione teorica non cala dal cielo, che si fonda sui rapporti esistenti con la realtà, come risposta ai problemi di carattere pratico e intellettuale che nascono all’interno della relazione tra l’essere umano e il mondo circostante, riconoscere insomma il carattere pratico delle teorie, permette di ripensare lo stesso statuto della verità. E in due sensi. Nel senso che la verità smette di essere una proprietà assoluta, etimologicamente sciolta da ogni vincolo, indipendente dalla storia umana, dai concreti rapporti sociali, dallo specifico contesto culturale in cui si sviluppa una teoria, e diventa così una verità storicizzata e socializzata, relativa all’epoca e alla civiltà in cui viene elaborata una teoria. Relativa ma non relativistica, poiché – e vengo qui al secondo senso dell’affermazione – il banco di prova rimane l’attività sociale, la capacità di una teoria di organizzare la relazione umana con il mondo, di orientare in modo coerente la nostra azione collettiva, sociale. Verità diventa sinonimo di effettualità, di capacità di fare epoca. Senza la meccanica quantistica o la relatività generale, ad esempio, l’attuale società non sarebbe possibile. Innanzitutto perché non esisterebbero computer, satelliti GPS, internet, ecc., ma soprattutto perché non sarebbero possibili le relazioni sociali, produttive e riproduttive, nella forma che hanno assunto su scala globale negli ultimi decenni. Relazioni che computer, GPS, ecc. rendono possibile. D’altronde la fisica aristotelica, per esempio, era una concezione vera nel senso forte del termine e non solo nel significato banale per cui gli uomini del passato ci credevano. Sulla sua base gli esseri umani hanno agito nel mondo per centinaia d’anni, dando soddisfazione ai loro bisogni collettivi, riproducendo la propria esistenza e organizzando sulla sua base le loro relazioni reciproche.
La fisica di Aristotele ha dimostrato la realtà e il potere del pensiero umano e l’ha dimostrato praticamente prima ancora che intellettualmente. Il suo superamento, e il fatto che oggi possiamo dire che essa è “falsa”, è stato possibile perché sono nati nuovi bisogni, che la fisica aristotelica non poteva soddisfare. Da motore è diventata un freno per l’ulteriore sviluppo della società. È potuto allora sorgere un nuovo modo di comprendere il mondo, la cosiddetta scienza moderna, che non si è dimostrato solo capace di spiegare differentemente i fenomeni (un modo più coerente e sistematico) ma ha contribuito attivamente alla trasformazione dei rapporti sociali. L’essere umano costruisce ponti ed edifici da millenni, ma solo con lo sviluppo della meccanica classica sono potute sorgere le attuali tecniche ingegneristiche, con l’articolato studio dei materiali e dei fluidi che le fanno da complemento. La conoscenza delle capacità del vapore di compiere un lavoro era nota già agli antichi greci, ma la sua applicazione all’industria non data più di due secoli. Analogo discorso si può fare per gli utilizzi delle conoscenze relativistiche o quantomeccaniche, cui abbiamo già fatto cenno in precedenza.
Lo sviluppo tecnico degli ultimi secoli però non è l’esito della semplice applicazione delle conoscenze teoriche ad attività pratiche. L’attività scientifica è stata il carburante con cui la classe borghese in ascesa ha alimentato la propria rivoluzione sociale, abbattendo ogni ostacolo frapposto sulla via dello sviluppo dei rapporti capitalistici di produzione, dissolvendo le antiche relazioni sociali e politiche, accentrando nelle città e nelle fabbriche immense masse di uomini e donne, mettendo in comunicazione comunità precedentemente isolate, spazzando via ogni residuo del localismo premoderno. E – per non cedere a un prometeismo fuori tempo massimo – compromettendo il preesistente rapporto tra essere umano e natura 6, con le conseguenze che oggi tocchiamo con mano: innalzamento della temperatura globale, estinzioni di massa, crisi ambientale e sociale.
La scienza moderna, in altre parole, non è stata uno “strumento” nelle mani del capitale. Piuttosto, essa ne è stata al tempo stesso il prodotto e la precondizione, dimostrando su questo terreno, squisitamente storico e sociale, la sua verità, la sua capacità – come si diceva in precedenza – di fare epoca, cioè di dare una forma storicamente determinata ai rapporti tra gli esseri umani e tra l’umanità e il mondo circostante (l’oggettivazione della realtà di cui parla Gramsci).
Il carattere intimamente storico e sociale della verità rende la riflessione epistemologica una riflessione politica. Chiedersi in che senso è vero che “Piove” o che l’insorgenza di alcune patologie è legata alle mutazioni geniche significa chiedersi quali sono le condizioni che rendono possibile la conoscenza umana, cioè quali rapporti esistono tra gli individui e quali rapporti intesse l’umanità con il mondo. Una loro critica, una critica dell’attività conoscitiva, scientifica, che rifiuti lo scientismo da una parte o il misticismo dall’altra, che indaghi i processi di produzione della conoscenza scientifica, gli interessi materiali celati dietro ricerche apparentemente disinteressate, la funzione che gli scienziati e le scienziate, e in generale gli intellettuali, hanno oggi all’interno del più ampio ciclo di riproduzione del capitale e della società, sono tutti elementi centrali per comprendere il mondo in cui viviamo.
Per comprenderlo e per rivoluzionarlo, trasformando così al contempo i fini e le forme dell’attività conoscitiva: un’attività umana che dovrebbe mettere al centro i bisogni dell’umanità.


  1. «Scientists use models to represent aspects of the world for various purposes. On this view, it is models that are the primary (though not the only) representational tools in the sciences. In order to distinguish these models from the more abstract objects defined by principles, I may sometimes refer to them as “representational models.” They are designed for use in representing aspects of the world. The abstract objects defined by scientific principles are, on my view, not intended directly to represent the world» (R. Giere, Scientific Perspectivism, The University of Chicago Press, Chicago-London 2006, p. 63). 

  2. Si veda su tutti: G. Vallortigara, Il pulcino di Kant, Adelphi, Milano 2023. 

  3. Ivi, pp. 64-65. 

  4. A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino 1975, Q7, §25, p. 874. 

  5. Ibidem

  6. Sulla questione del rapporto tra essere umano e natura colgo l’occasione per segnalare il classico di Alfred Schmidt, Il concetto di natura in Marx, ripubblicato nel 2018 dalle Edizioni Punto Rosso. Analizzando la metafora del “metabolismo”, con cui Marx identifica la relazione tra l’essere umano e il mondo circostante, in questo testo viene analizzata criticamente la frattura rappresentata dal modo di produzione capitalistico nel processo di riproduzione dell’umanità e del mondo naturale. Non è questa la sede per approfondire la questione, tuttavia il dibattito è ancora aperto e, data anche la devastazione ecologica prodotta negli ultimi due secoli, la questione è tutt’altro che risolta.